Metro Spaziale 01: Ristorante Oltre le Stelle

Questo breve racconto è stato scritto per il concorso Subway 2013, ma non è stato selezionato fra i finalisti. Spero comunque vi piaccia.

Metro Spaziale 01: Ristorante Oltre le Stelle

Oggi la metropolitana è piena di gente, nel vagone non ci sono posti a sedere e devo rimanere in piedi, incastrata fra gomiti e costole altrui. Speriamo almeno che la folla si disperda prima della stazione del Balzo, e che non mi si rovini il vestito. È la prima volta che vado al Ristorante Oltre le Stelle. Solo a pensarci sudo freddo. Il Balzo della Metro Spaziale 01 deve essere mostruoso.

Sul vagone il caldo è opprimente. I corpi vicini e gli odori che si mescolano stravolgono la mente, e per proteggermi da quell’invasione sensoriale cado in una sorta di trance, di insensibilità al puzzo rivoltante dell’uomo che mi sta a fianco, al contatto appiccicoso con una donna sovrappeso alle mie spalle. Potrei essere inglobata fra i suoi strati lardosi di ciccia, soffocare nella sua pelle marcescente e suppurante. Distolgo il pensiero, ritorno a quell’incredibile colpo di fortuna.

Era l’ora di chiusura al Java Caffè. L’ultimo cliente era uscito e le porte si erano bloccate automaticamente, accendendo l’avviso luminoso “Siamo chiusi. Buona serata!”. Io mi ero seduta al bancone, tolta i pattini magnetici e massaggiata le caviglie gonfie. In fondo al locale il robot delle pulizie procedeva sistematicamente da un tavolo all’altro, lavando, igienizzando e apparecchiando. Avrebbe benissimo potuto sostituirmi anche alle ordinazione e al servizio, ma durante il giorno la gente non voleva avere robot vicino. Continuava a preferire la presenza umana, un sorriso cortese a un volto metallico, e grazie a questo avevo ancora un lavoro, anche se quei dannati pattini magnetici mi stavano distruggendo le caviglie, e i sorrisi la mascella e il buonumore.

«Un’altra giornata piena di profitto», aveva detto Marco, uscendo dalle cucine. Si era avvicinato al monitor della cassa per controllare il database degli incassi. «Cara la mia Beatrice», aveva detto, e io mi ero drizzata sulla sedia. Tutte le volte che iniziava una frase con “Cara la mia Beatrice” potevo star certa di essere sommersa di lavoro extra. «Sarebbe buona cosa controllare il magazzino. Il sistema automatico ha flippato di nuovo. Segnalava 47 hamburger, ma dopo neanche mezza dozzina di ordinazioni sono finiti. Puoi controllare tu, stasera?»

Avevo annuito di malavoglia, e lui era uscito dal Java Caffè fischiettando. Per un attimo ero rimasta ferma, in ascolto del robot delle pulizie, chiedendomi cosa sarebbe successo della mia vita se avessi urlato a Marco che era uno “stronzo”. Poi mi ero tolta il grembiule, infilata le ballerine e diretta allo stanzino dietro al bancone che Marco pomposamente chiamava magazzino.

Gli scatoloni termoregolati erano ordinatamente riposti sugli scaffali, ognuno con il codice del contenuto in bella vista. C’erano due scatole contrassegnate come hamburger, come indicava anche il programma di gestione. Probabilmente era solo un problema di etichette. Avevo sfilato la prima scatola e aperto il coperchio. Dentro, invece degli hamburger, c’erano le confezioni del pane. Avevo tratto un lungo sospiro di gioia. Avrei risolto il problema in un attimo e sarei tornata a casa a un orario decente. Avevo riprogrammato l’etichetta della scatola con il codice giusto ed ero passata a quella successiva. Spostato il coperchio mi ero trovata davanti i tappi dorati delle bottiglie di spumante.

«Tutto risolto», avevo pensato, «e alla contabilità ci penserà poi Marco. Beccati questo, stronzo.»

Stavo per richiudere il coperchio quando qualcosa aveva attratto la mia attenzione: un luccichio in fondo alla scatola. Avevo infilato dentro una mano, le dita contro il vetro freddo delle bottiglie, e ne avevo sfilato un tesserino argentato. A contatto con il palmo la superficie si era animata, ed era comparsa una scritta in una bella calligrafia tondeggiante:

Ristorante Oltre le Stelle

Ingresso Argento

Valido tutti i giorni per l’aperitivo

Sotto la scritta c’erano tre pulsanti: uno per visualizzare la programmazione degli spettacoli serali, un altro con le informazioni sul ristorante e il menù del giorno, e infine uno con i dettagli sulla tessera “Ingresso Argento”.

Con eccitazione crescente avevo letto che il suo possesso permetteva l’accesso al Ristorante Oltre le Stelle, che comprendeva l’abbonamento alla linea Metro Spaziale 01, l’aperitivo, e che non era nominativo. A quelle parole un brivido mi era sceso lungo la schiena, spazzando via ogni torpore e malumore della giornata.

Non sapevo come la tessera fosse finita in una scatola di spumante a basso costo, ma da quel momento avrei avuto la possibilità di visitare l’unico ristornate terrestre costruito sulla linea di Kármán, al confine con lo spazio esterno, 100 km sopra il livello del mare.

Mi era servito un po’ di tempo per decidermi ad andare. Soprattutto perché avevo bisogno del vestito giusto. Non potevo presentarmi con uno dei miei stracci da quattro soldi nel ristorante più esclusivo dell’intero pianeta. Fortunatamente, Debora era riuscita a procurarmi un’imitazione perfetta di un Chervet a un prezzo d’amicizia, insieme alla borsetta e alle scarpe dal vertiginoso tacco sospeso. Poi avevo chiesto a Marco un cambio di turno, e così avevo avuto il tempo di sistemarmi i capelli e il trucco.

Il risultato era stato soddisfacente, e quando ero scesa per prendere la metropolitana cittadina per raggiungere la Metro Spaziale 01, la gente si era voltata a osservarmi, incuriosita. Di solito i frequentatori del Ristorante Oltre le Stelle raggiungevano la stazione del Balzo con lussuosi mezzi privati. A volte dalle finestre di casa vedevo gli aerei atterrare silenziosi e fantasticavo su quali celebri personaggi e pasciuti sultani stavano salendo nello spazio.

Mi immaginavo il lusso di un locale dorato, dalle luci soffuse e un orchestra dal vivo. Camerieri in abiti costosi si avvicinavano ai tavoli, sorridenti e aggraziati, per servire portate sopraffine, composte in elaborate torri e accompagnate con i migliori vini. Tutti sarebbero stati bellissimi, e il fatto di essere rimasta in forma grazie alle intense ore di palestra, mi faceva sentire predestinata, come se tutta la mia vita fosse ruotata, senza che io lo sapessi, attorno al ritrovamento di quella tessera. E per la prima volta, da quando ero uscita dall’università, mi sarei ritrovata nuovamente in un ambiente intellettuale, dove far sfoggio delle mie conoscenze e discorrere dell’evoluzione sociale del mondo odierno, il mio tema di specializzazione.

Uno strattone mi riporta dentro al vagone della metropolitana. Mi accorgo di essere rimasta sola in compagnia di qualche turista piegato con il naso sulla guida. Nessun comune cittadino avrebbe motivo di andare alla stazione del Balzo. Solo i turisti prendono la metro panoramica, si fermano sulla banchina, rigorosamente separata dall’atrio delle partenze, e fotografano le autorità scortate o filmano il momento del Balzo. D’altra parte, il Balzo è unico sul pianeta. Dopo la sua inaugurazione, per una decina d’anni, la banchina era stata assediata, poi via via l’eccitazione era andata scemando, e l’attenzione dispersa.

Il treno rallenta, e con un sibilo si ferma. Le porte si aprono e i pochi rimasti nel mio vagone escono nella stazione. Il cuore mi martella nella orecchie. Scendo sulla banchina, chiusa da pareti di vetro come un acquario, supero i turisti e vado dalle guardie ferme davanti all’unica porta. Stanno chiacchierando fra loro, e devo battere sulla spalla del più vicino, perché mi noti. È sorpreso, come tutti. Io cerco di darmi un tono di superiorità, frugo nella borsetta e gli mostro il tesserino “Ingresso Argento”. Nel vederlo l’agente si ricompone, e mi apre la porta inchinandosi.

La stazione del Balzo è bellissima. Il tetto di vetro permette di vedere i binari che salgono fino al cielo in un lungo semicerchio, fino a diventare un puntino lontano. Grandi vasi di fiori freschi profumano l’aria di camelie, e le pareti di specchio riflettono la mia figura e i divani di velluto cremisi. Uno stuart mi viene incontro.

«Mi segua, ormai per il Balzo è già tutto pronto.»

Mi guida oltre il salone della stazione. Vedo alcuni flash dei turisti, e mi rendo conto che stanno fotografando me. Le porte si aprono al nostro passaggio con un sospiro felice, e faccio del mio meglio per tenere il passo dello stuart. Quando meno me lo aspetto la Metro Spaziale 01 è davanti ai miei occhi: due soli vagoni, affusolati e bianchi come un proiettile di ceramica, incastrati in quel potente ed enorme macchinario nero che come la detonazione di una pistola ci sparerà nello spazio, lungo i binari, su, sempre più su, fino alla linea di Kármán, ai confini dello spazio.

Lo stuart si avvicina alla metro, e mi accorgo solo ora che è priva di finestre. Digita un codice sulla superficie lisca e bianca, e un portale si apre. L’interno è ben illuminato, ma estremamente semplice: un corridoio bianco pieno di porte dello stesso colore. Lo stuart ne spalanca una. Dall’altra parte c’è una piccola cabina. Sulle pareti scorrono immagini di paesaggi, e il rumore di un ruscello vibra nell’aria. A questo punto sto sudando copiosamente.

«Si sente bene, signorina?» mi chiede lo stuart.

Io annuisco, e questo basta a soddisfarlo. Mi fa accomodare in poltrona e mi allaccia le cinture di sicurezza.

«Il viaggio durerà solo dieci minuti. Qui ci sono i comandi per cambiare la musica, le immagini e la temperatura. Durante il viaggio è proibito fumare, mangiare, e slacciarsi le cinture di sicurezza. Il Balzo è totalmente sicuro. Le auguro buon viaggio, signorina.»

Mi lascia da sola. Sento le porte chiudersi e sulla parete compare un conto alla rovescia. Dieci, nove, otto… trattengo il respiro e allo zero, mi arpiono al sedile. Ma non succede nulla, non so nemmeno se siamo partiti o siamo ancora fermi. Aspetto. Mi chiedo se si siano dimenticati di me. Se sia uno scherzo. Penso a come si deve essere ridotto il vestito sulla schiena, per via del sudore. Poi la porta si apre e un nuovo stuart si avvicina. Mi slaccia le cinture e mi aiuta ad alzarmi. Mi squadra dalla testa ai piedi, evidentemente chiedendosi chi sono.

«Benvenuta al Ristorante Oltre le Stelle. Può mostrarmi la sua tessera? Grazie. La accompagno nella sua area.»

Da bambina avevo osservato il Balzo migliaia e migliaia di volte, affascinata, chiedendomi come doveva essere viaggiare così veloci da rimanere impressi nella retina come un bagliore. Avevo sognato lo strappo della partenza, l’assenza di peso, il brusco strattone quando a metà della parabola la metro ruotava sui binari per rimettersi alla dritta… e invece niente. Il sistema era talmente avanzato, che il viaggio risultava terribilmente noioso. Molto più della normale metropolitana, dove almeno non eri lasciata sola, legata come un salame a un sedile.

Lo stuart mi lascia sulla banchina, indicandomi una grande porta di legno rosso, spalancata in fondo alla stazione, che è del tutto simile a quella di partenza. Evidentemente qualcuno porta fiori freschi nello spazio tutti i giorni. Con me sono scese poche persone, che a passo sicuro vengono inghiottite dalla porta. Prendo coraggio, e mi impongo di camminare con calma, ma quando arrivo all’ingresso non posso non lasciarmi scappare un’esclamazione sorpresa.

Nel Ristorante Oltre le Stelle tutto è di vetro. Di vetro sono le pareti, il pavimento e il soffitto; lo sono i tavolini, le sedie, il bancone del bar; la pista da ballo e anche le poltrone, foderate con cuscini d’aria. E il Ristorante Oltre le Stelle è immerso nello spazio. Lo spazio nero con le sue piccole fiammelle, che ti avvolge e ti afferra da ogni lato, e sotto di me, splendente come un zaffiro incastonato nel Creato, la Terra. Sferica, serafica, incantevole. Provo un senso di vertigine per l’immensa distanza che ci separa, nell’intravedere fra le nuvole i continenti e gli oceani. Per il vuoto privo d’aria che ci contiene.

Una risata mi distrae, e alzo lo sguardo. Il ristorante si sta lentamente riempendo di uomini e donne in abiti da sera. Una cameriera che assomiglia a una modella mi si avvicina, il vestito di strass che luccica come una stella, mi fa accomodare a un tavolo e con un sorriso tirato mi serve da bere. Porta anche lei i pattini magnetici. Quando si allontana posso vederle le caviglie arrossate e penso che quando il ristorante avrà chiuso, si siederà su uno sgabello a massaggiarsi i piedi gonfi, detestando il suo capo. E d’un tratto mi rendo conto, che sia sulla terra che fra le stelle, l’umanità è poi sempre lo stessa.