Malocchio Politico

(questa è un’opera di fantasia)

MALOCCHIO POLITICO

La sigla del telegiornale taglia il silenzio del salotto. La presentatrice indossa un vestito chiaro contro l’immagine proiettata alle sue spalle: il volto. Quel volto. Più vecchio, ma sempre il suo. La mummia. Pelle abbronzata incartapecorita e tirata agli angoli dall’ultimo intervento, occhi infossati, sorriso da furbo, capelli innestati. I soldi possono, il potere può. Comprare un volto, la droga, le donne, il silenzio, la giustizia, i voti, i voltagabbana.

«Buonasera. Apriamo il notiziario con l’ufficiale ricandidatura di S.» comincia la presentatrice.

«lo stronzo» dice Amanda, la sorella più grande.

Teresa, la sorella più piccola, rimane in silenzio. S. si ricandida. Crisi economica, recessione, stagnazione, inflazione, stagflazione. E il giullare di corte si ricandida. Dopo aver fatto cadere il governo che stava risollevando il paese. Per cosa?

«Quello stronzo» ripete Amanda «lo sai perché lo fa? Lo sai perché? Per i processi! Se si ricandida e vince, tutti i processi a suo carico cadono perché come parlamentare e Primo Ministro non può essere processato. E sai perché ha fatto cadere il governo? Ora e non prima? Perché in parlamento devono approvare un decreto in cui se sei stato condannato non puoi più essere eletto. Capisci? Ci manda a puttane per pararsi il culo. Ci manda a puttane!»

Amanda lascia il salotto stizzita, sbatte la porta. I suoi genitori si alzano e vanno a vedere la televisione in camera. Teresa rimane da sola ad ascoltare il telegiornale. Il servizio che va in onda riguarda le reazioni della stampa estera alla ricandidatura. Nessuno è contento, molti insultano, altri prendono per i fondelli. Nessuno lo vuole. Nessuno vuole la mummia. Soprattutto adesso. Tutti dicono che il voto lo punirà, ma la paura è forte, e anche Teresa ha paura. Teme che invece la mummia possa farcela, tornare alla vita divorando quel bel paese e la sua gente, per poi buttare le ossa nel secchio della spazzatura insieme al pesce marcio.

«cosa posso fare?» si chiede.

Ma la risposta è niente. Non c’è tempo, capita tutto troppo in fretta. Non ci sono soluzioni. Il partito di S., maggioritario in parlamento, ha tolto il sostegno al governo. Il Primo Ministro – uomo onesto – ha dichiarato l’intenzione di dare le dimissioni in una settimana, dopo l’approvazione di un’importante legge di stabilità economica. Permesso accordato, ma dopo? Cosa succede dopo? Di nuovo il volto si impone alla mente di Teresa con la forza di un messaggio alieno. Solo sette giorni, come nei film dell’orrore. Solo sette giorni per salvare un paese. Ma come?

«dovrebbe morire» si dice.

Teresa si immagina a puntare la pistola e premere il grilletto. Il cranio che si sfonda, il cervello che schizza. La mummia sconfitta. Poi pensa che non è possibile, troppo complicato, non saprebbe neppure da che parte cominciare. Potrebbe venirgli un infarto, in fondo è un uomo vecchio dedito al vizio. Ma gli infarti non si comandano a bacchetta o da lontano… o forse sì? Le sue dita volano sulla tastiera del computer. Cerca malocchio, maledizione, vodoo. La rabbia e la paura dentro di lei sono forti, abbastanza da poterlo far funzionare. Non aspetta, non pensa a cosa direbbe sua sorella, oppure ai suoi genitori. Suo padre che magari si alza per prendere un bicchiere d’acqua in cucina.

Con un pennarello si traccia sul braccio un amuleto protettivo, copiandolo dallo schermo, le linee imprecise e maldestre. Non sa che cosa voglia dire la formula, ma è già contenta che non c’entri il diavolo. Ha letto che il malocchio è una questione di energia positiva e negativa, di natura. Questo la rasserena e la convince. Rovista nel cesto dei giornali finché non ne trova uno con la foto di S.. La strappa e l’appoggia sul tavolo, insieme a una mela e un paio di forbici.

C’è tutto, ha tutto, le istruzioni sono semplici.

«ce la faccio» si dice «ce la faccio»

Pensa al suo bel paese e la rabbia le esplode dentro. Pensa alla gente disperata – gente onesta – e non riesce più a contenerla. Non ci sono dubbi: ce la farà. Prende la foto nella mano destra, la tiene ben stretta e concentra tutta quell’energia mortale su S.. Poi prende in mano la mela, e la mela non è più un bel frutto rosso di stagione, ma è il cuore pulsante di S., e Teresa non esita. La infilza con le forbici, una, due, tre volte. Rigira la lama nella ferita, e nel frattempo immagina S. agonizzante su un pavimento, con le braghe calate dopo una scopata, il pugno stretto al petto a contenere il dolore dell’infarto. Non ci sarà nulla da fare per lui. L’ambulanza lo troverà morto. Teresa respira. È passata. Prende l’immagine e la mela, scende in giardino e, dopo essersi assicurata che non ci sia nessuno, li seppellisce sotto un cespuglio.

Tornata in casa si sente più tranquilla e pensa a come è stata stupida. Un modo sciocco e da creduloni per liberarsi dalla paura e dalla rabbia. Una cosa antidemocratica, anche. Lei crede nella democrazia, nel voto che schiaccerà la mummia e la rimanderà nella tomba con tanto di capello con le orecchie d’asino. La gente non è stupida, e ride. Ride di come qualcosa di primitivo si è impossessato di lei, qualcosa di ancestrale e sconosciuto, che nel profondo un po’ la spaventa. Ma tanto queste cose non funzionano, pensa.

La sera dopo si è già dimenticata del rito quando la sigla del telegiornale taglia il silenzio del salotto. Oggi la presentatrice è vestita di nero e la sua figura si perde contro il volto proiettato alla sue spalle. Sempre quello.

La presentatrice esita, guarda i suoi fogli, li mette da parte «signori e signore, è giunta notizia poco fa della morte improvvisa di S.» dice «all’arrivo dell’autoambulanza l’uomo era già morto. Si pensa sia stato un infarto»

Teresa non ci crede, sbianca, suda freddo, mormora «l’ho ucciso» poi urla «l’ho ucciso! L’ho ucciso!» ma nella sua voce non c’è nessuna gioia, solo terrore.