The Host, di Bong Joon-ho

The Host è un film horror sud coreano del 2006. Se ho ben capito da una lettura veloce di wikipedia, è stato campione d’incassi in Sud Corea e ha avuto un discreto successo in Asia, Australia e America. Io ne sono venuta a conoscenza seguendo la filmografia di Bae Doona, protagonista di Cloud Atlas, e sono rimasta colpita nel trovarlo su MyMovies con una critica molto alta per la media dei film horror (4/5).

Il film inizia con 200 bottiglie di formaldeide rovesciate in un fiume, e continua con un pesce mutante gigantesco che rapisce una bambina. Il padre, un nullatenente che soffre di narcolessia, il nonno, gestore di chiostro, e i due zii, un laureato disoccupato e un arciere (Bae Doona) indecisa, cercheranno di salvarla.

Devo dire che di certo non è un film di paura, ma è sicuramente apprezzabile. Ha una giusta dose di umorismo e d’azione, e proprio un bella regia, molto curata nelle immagini. Infine bisogna citare una colonna sonora stupenda, per cui, invece che il trailer, questa volta vi lascio con un brano della soundtrack.

Il grande Gatsby, di Francis Scott Fitzgerald

Con Jazz Age si indica il periodo fra il 1920 e la Grande Depressione in cui divenne popolare la musica jazz e dance, soprattutto in America, Inghilterra e Francia. L’atmosfera è quella descritta dal recente – e a mio avviso poco riuscito – Midnight in Paris di W. Allen. Ed è l’epoca di un musicista che adoro: Louis Armstrong.

Ritratto e figlio di quest’epoca di feste, è Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, pubblicato nel 1925. Simbolo della caduta del sogno americano, storia d’amore fra mascalzoni e sognatori. La trama è complessa e sarebbe impossibile come insensato scriverne una versione priva di spoiler, quindi evito. Concludo dicendo solo questo: è un libro straordinario.

Le luci si fanno più luminose mentre la terra s’allontana barcollando dal sole, e adesso l’orchestra sta suonando la musica gialla da cocktail, e il coro delle voci si fa di un tono più alto. Il riso si fa più facile di minuto in minuto, spillando prodigalità, lasciato in mancia a ogni parola spiritosa. I gruppi si trasformano più rapidamente, si allargano con nuovi arrivi, si dissolvono e si formano nell’attimo di un respiro; ci sono già ragazze sicure di sé che gironzolano ondeggiando di qua e di là tra altre più rigide e ferme, diventano per un dinamico gioioso momento il centro di un gruppo, e poi, eccitate per il trionfo, scivolano via fra un mare di visi e voci e colori mutevoli sotto luce sempre cangiante. (Il grande Gatsby, Fitzgerald, Grandi tascabili economici)

Domani si parte

Da domani fino a martedì sono in montagna. Porto con me i libri per un esame dell’università, un tomo di leggi per un concorso pubblico, un racconto da scrivere e tanti libri da leggere. Vedo già fiumi di parole scorrermi davanti agli occhi, sento il tepore dell’amaca al sole e pregusto la piacevole sensazione di intorpidimento e sudore delle camminate.

Spero di scrivervi qualche post sulla vita di montagna, sulla sagra della patata e sicuramente sulle mie ultime visioni: non potevo infatti mancare all’uscita de Il Cavaliere Oscuro, il ritorno (titolo obbligato visto che Batman Returns esiste già) e non posso non scrivere un post in tema “versus” (cioè una paragone fra tutti i film). Sono anche andata a vedere The Iron Lady.
Insomma, ci sentiremo presto 😉

Una canzone per la buonanotte, sogni d’oro a tutti.

 

musica di oggi, e solo di oggi

Alla tre di mattino, in aeroporto, in compagnia dei taxisti e le loro sigarette; della pioggia battente, e del suo rombo contro la tettoia sotto cui ho parcheggiato. La giacca di pelle, le scarpe fradice, ma sopratutto quell’ombrello verde che spicca nel grigio del cemento. Niente musica, solo le note immaginarie di Via con me, di Paolo Conte. Senza motivo sono scesa, ho aperto l’ombrello, sotto la tettoia, e per un po’ sono rimasta così, a guardare le gocce d’acqua cadere nelle pozzanghere. Se non ci fossero stati i taxisti mi sarei messa a ballare. Poi le porte scorrevoli del terminal si sono aperte, la gente è defluita, e la magia si è rotta.

Nel pomeriggio ho iniziato una nuova storia. Dopo cinquecento parole mi sono accasciata sul tavolo, ho chiuso gli occhi e mi sono addormentata. Nelle cuffie Postcards from Italy dei Beirut, in repeat. Quando mi sono svegliata, ad accompagnare la mitraglietta dei tasti c’era Alexander Rybak.

A causa di Act of Valor, per un po’ ho canticchiato Not Afraid di Eminem.