Impressioni d’arte

Accademia di Bologna, Art City White Night. Mi faccio strada fra una folla agitata che punta il dito verso le pareti, i corridoi sono un serpente vivo, volti e voci, il caldo è inesprimibile e sono rimasta intrappolata nella giacca, il percorso è costellato di statue imponenti e si respira un’aria carica di nuove impressioni e comunione d’intenti, forse anche di sfida. 

Indicano, commentano, fanno foto. C’è un viso incastrato fra rami d’inchiostro; strani pupazzetti di stoffa. C’è un biglietto della lotteria intonso incollato al muro con della ceralacca, ho voglia di prendere una moneta e scoprire se é vincente. Nella stanza che mi sono lasciata alle spalle c’era un materasso fuso con un hulahoop, il titolo dell’opera (“gommahula e piumahoop”) mi ha strappato un sorriso. Compenetrazione di parole e oggetti. C’è anche un sacchetto verde, abbandonato per terra, chiuso, con dentro qualcosa che si muove, che cerca d’uscire. L’ho guardato a lungo, insieme a tanti altri. Mi sono chiesta se fosse meccanico o vivo. Mi sono chiesta perché, se veramente era un animale, nessuno avesse aperto il sacchetto e liberato la bestiola. Se quel senso di sacro e invalicabile che pernea l’arte nell’ammonizione “non toccare”, e questa sensazione, valgano la sofferenza di un essere vivente. Alla fine sfiato: è di sicuro meccanico, e vado avanti, ma non sono proprio convinta, una parte di me rimpiange di non aver rotto il cerchio e aver tastato il sacchetto. Chi sono io?

Più avanti c’è un pannello di etichette bianche appeso alla parete, puoi inchiostrarti il dito e lasciare la tua impronta. Ce ne sono già molte, il numero di posti liberi diminuisce velocemente. Mi lascio tentare e guardo soddisfatta il risultato, quel marchio ovale e bluastro che rappresenta in maniera univoca la mia identità. Ma poi quando studio il pollice nero, la prospettiva cambia: non saprei ritrovare la mia firma fra le altre. Perdita d’identità, massa.

Nessuno mi ha insegnato come rapportarmi all’arte. Ma quando dietro di me sento dire una frase orribile come “avrei potuto farlo io, meno male che la mostra è gratis”, vorrei girarmi e urlare: “capra! Se tu hai la testa vuota non è di certo colpa di chi crea l’opera!” Perché è vero che non tutto è bello, valido, sensato, comprensibile, ma solo di fronte a ciò che non conosciamo o non capiamo possiamo scoprire qualcosa di nuovo su noi stessi.

Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso
e si usano le opere d’arte per guardare la propria anima.
George Bernard Shaw

Immagine di copertina: opera di Pino Deodato, esposta durante ArteFiera2016.