Fuga dal Campo 14

“L’esercito e il popolo nordcoreani non lasceranno che gli Stati Uniti distruggano l’inviolabile sistema socialista con il pretesto dei diritti umani” ha dichiarato l’agenzia stampa di Stato nordcoreana, che è poi passata alle minacce affermando che il paese si sarebbe vendicato con rifugiati e attivisti: “Chiunque osi mettere in dubbio o criticare i vertici nordcoreani sappia che, dovunque si trovi, non è al sicuro, e deve aspettarsi una punizione spietata” 

Fuga dal campo 14No, non è opera di fantasia, è una dichiarazione fatta a maggio 2012, tre anni fa. Mette i brividi, no?

La Corea del Nord è una dittatura, lo sappiamo tutti, ed è questo che mi preoccupa: sembra che il concetto abbia perso il mordente, e che la figura pasciuta, facile da ridicolizzare, di Kim Jong-un riesca a coprire con la sua stazza tutte le nefandezze del suo regime. Per ritornare con i piedi per terra, servono libri come questo. Perché non dobbiamo mai dimenticare che dittatura è sinonimo di morte atroce, e che in questo caso Kim Jong-un è il mandante. E che stiamo parlano di oggi.

Fuga dal Campo 14 è la storia vera di Shin Dong-Hyuk nato nel 1982 in un campo di lavoro a regime duro, da cui è fuggito all’età di ventitré anni. Parte del racconto è stato poi ritrattato dallo stesso Shin, è vero, ma in qualche modo mi torna in mente l’autobiografia di Richard Wright, Black Boy, in cui l’autore ha trasformato la sua storia per raccontare la vita di un’intera generazione di ragazzi neri del Mississippi.

L’importante è la presa di coscienza su una tematica così lontana e poca conosciuta: oggi nascono ancora bambini nei campi di lavoro; oggi vengono ancora uccisi bambini nei campi di lavoro, e quando la morte non è fisica, è dell’umanità della persona. Succede in Nord Corea.

Sull’argomento, segnalo il romanzo premio Pulitzer 2013: Il signore degli orfani, di A. Johnson.