In treno in compagnia di Kim e Elijah Baley

Con un’amica sono andata a Milano a vedere la mostra di Picasso. Per il ritorno abbiamo viaggiato in un vecchio treno con ancora i vagoni divisi in cabine per i passeggeri. Era sporco, la stoffa dei sedili tendente al marrone e i poggiatesta neri. C’erano sei posti, e altre tre persone oltre a noi due. Di queste, due sono state tutto il tempo a computer, la terza al computer/cellulare. Non c’è stata alcuna forma di comunicazione in due ore e mezza di viaggio.

In questo silenzio, mi sono chiesta: cosa penserebbero del vagone Kim, protagonista dell’omonimo romanzo di  Kipling, e Elijah Baley, investigatore del ciclo dei robot di Asimov?

Kim è un ragazzo di dodici anni che vive nell’India coloniale, e  in compagnia del suo amico santone viaggia sui primi treni del paese. Nei vagoni le persone siedono per terra, ammucchiate, chiacchierano e si scambiano il cibo. Di giorno le carrozze sono divise per uomini e donne, mentre la sera il controllo è meno serrato.

Elijah Baley vive nel futuro, in una città sotterranea sovrappopolata e rigidamente regolamentata. Tutto della sua vita è determinato dalla sua posizione sociale: dal posto in mensa, alle scorte di tabacco, a dove sedersi sulla Strada Celere. La Strada Celere è composta di nastri trasportatori su più livelli, a diversa velocità, che immagino come il corrispettivo del nostro treno. In questa realtà esiste un forte senso dello spazio personale, che in certe circostanze può essere violato anche dallo sguardo.

Ai giorni nostri, penso che Kim rimarrebbe sorpreso della pulizia dei vagoni, e della possibilità di sedersi su poltrone imbottite con la tariffa più bassa. Penso sarebbe tremendamente annoiato dal silenzio tecnologico.  Elijah Baley invece sarebbe irritato dalla vicinanza con gli altri passeggeri, dalla posizione faccia a faccia delle poltrone, e dagli sguardi della gente.