Nanà, di Émile Zola

Per la recensione di Nanà vi riporto un passaggio della prefazione di Aldo Nove al libro:

Quelle di Zola sono cartoline da un (differente) presente (quando c’era, il presente), che si poteva attaccare […], biasimare, cambiare. E in quelle cartoline c’è l’unicità della texture delle descrizioni degli oggetti, degli ambienti, dei volti e dei travolgenti movimenti della storia quando la storia c’era, anche con la esse maiuscola, e che Zola ci dà a una densità inaudita e splendidamente inattuale.

Nanà è proprio questo: un racconto di una densità inaudita. Figlia di Gervaise e Copeau, protagonisti dello splendido Lo scannatoio, Nanà è una prostituta di alta classe, erede dei geni marci e distruttivi dei genitori. Il libro rivela la situazione degenere della borghesia parigina di fine ottocento, senza alcun moralismo sotteso, ma con delle descrizioni che ti proiettano nell’epoca, fino a farti sentire il puzzo mal celato dall’odore mellifluo di donna.  Una lettura che consiglio.

Nanà passava, simile a un’invasione, a una di quelle nuvole di cavallette il cui volo di fuoco distrugge una provincia. Bruciava la terra su cui posava il piedino. Fattoria dopo fattoria, prateria dopo prateria, sgranocchiò tutta l’eredità, con i suoi modi graziosi, senza neppure accorgersene, come se avesse sgranocchiato, tra un pasto e l’altro, un sacchetto di praline poggiato sulle ginocchia. Erano cose senza importanza, null’altro che dolciumi.

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