Mi sono innamorata di Émile Zola – Lo scannatoio

Lo scannatoio fa parte di quell’opera colossale del ciclo dei “Rougon-Macquart” (1871-1893): venti libri in cui Zola, basandosi sul presupposto suo contemporaneo dell’ereditarietà di vizi e virtù, racconta la “storia naturale e sociale di una famiglia sotto il Secondo Impero”.

In particolare Lo scannatoio è il settimo tomo del ciclo, e con sconcertante chiarezza documenta la vita corrotta dall’alcool degli operai della Parigi di fine Ottocento. È un romanzo che, seguendo le vicissitudini della lavandaia Gervaise, di suo marito l’operaio Coupeau e l’amante perditempo Lantier, si presenta con la vividezza della realtà. Le pagine svaniscono sostituite dai sordidi scorci della città e delle bettole (lo Scannatoio è proprio una di queste) e sopratutto della vita dell’epoca, così pregnante da poterne inalare il puzzo grasso e ubriaco.

Émile Zola entra ora di tutto diritto nel mio Pantheon di Dei scrittori, insieme ad Asimov e King. Ho comprato Nanà, nono tomo del ciclo, e Thérèse Raquin, racconto che rese Zola famoso. Mi è piaciuta molto anche la bellissima prefazione di Riccardo Reim all’edizione della Newton Compton editori, che  permette di afferrare l’incredibile personaggio di Zola come scrittore, e francese.

Infine, vi riporto uno dei passaggi del libro che più mi è piaciuto:

Si alzò dalla sedia, e passò nella stanza attigua. Tutte le donne, una a una, la seguirono. Si misero attorno al girarrosto, guardando con profondo interesse Gervaise e mamma Coupeau che sfilavano l’oca. Poi si alzò un clamore, in cui riconoscevano le voci acute e le esplosioni di gioia dei bambini. Ci fu un ingresso trionfale: Gervaise portava l’oca, con le braccia tese, il volto coperto di sudore, illuminato da un largo sorriso silenzioso, le donne camminavano dietro e sorridevano come lei, mentre Nana, in fondo al corteo, con gli occhi spalancati, si alzava in punta di piedi per vedere. Quando l’oca fu sulla tavola, enorme, dorata, colante grasso, non l’attaccarono subito. Lo stupore, la sorpresa piena di rispetto, avevano lasciato tutti senza parola. Se la indicavano a vicenda ammiccando, scrollando il capo. Una vera signora, quella briccona! Che cosce, e che ventre!  (Lo scannatoio, 1877)

 

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