Incubo: indagini su un omicidio

Sono in un laboratorio di ricerca dove è stato compiuto un efferato delitto. Sul bancone di ceramica bianca, beute e provette spezzate giacciono in una pozza variopinta di sostanze chimiche. Lunghe pennellate di sangue ricoprono gli armadietti di vetro alle pareti, conducendo a un cadavere in camice bianco, accasciato di schiena sul pavimento, vicino a una sedia ribaltata. Al mio fianco un detective della polizia indaga sulla scena del delitto. È un uomo magro, avvolto in un impermeabile cachi, sciupato e trascurato, con lunghi capelli ricci sale e pepe. Io annoto tutto quello che mi dice su un piccolo blocchetto, e osservo attentamente ogni mossa delle sue mani mentre esplorano quel mondo corrotto.

Dopo un’attenta analisi, il detective mi chiede di andare da un medico “di sotto” per delle delucidazioni. Il laboratorio di ricerca, infatti, si trova su un soppalco sul piano amministrativo di un ospedale, ed è collegato con il resto dell’edificio da una lunga scala mobile argentata. Una volta scesa, mi faccio strada fra gli uffici di vetro satinato degli specialisti, fino ad arrivare dal medico indicatomi. La donna mi accoglie molto gentilmente, e risponde a tutte le mie domande, che annoto scrupolosamente sull’immancabile blocchetto. Quando torno al laboratorio, un altro delitto è stato compiuto. Prima ancora che possa vedere la scena del delitto, il detective mi manda di nuovo a interrogare un altro medico. Scendo al piano amministrativo, ma questa volta lo specialista si dimostra poco collaborativo, così che sono costretta ad esercitare il mio ruolo di assistente alle indagini per ottenere le riposte.

Quando ritorno sul soppalco, un altro delitto è stato compiuto. Stavolta è il detective a essere stato ucciso, così ora la responsabilità di risolvere il caso ricade sulle mie spalle. Allora riconsidero la situazione e faccio le mie congetture: nel laboratorio vive una comunità di venti ricercatori, e per le indagini l’entrata e l’uscita al piano è stata bloccata, se non per i possessori, come me, di apposito tesserino. Capisco immediatamente che l’assassino è fra i ricercatori rimasti, e che lo scopo degli omicidi è quello di bloccare il progetto di ricerca in atto, ormai giunto alla sua fase conclusiva. Decido di osservare i sopravvissuti nella vita comunitaria.

Passa una notte tranquilla, e la mattina ci raduniamo tutti al tavolo della cucina per la colazione, ma la serenità non dura a lungo. Due ragazze si avvicinano a una mensola, per prendere i cereali, e proprio lì l’assassino ha nascosto un nido di insetti velenosi che partano all’attacco. Scoppia il panico. I ricercatori corrono e urlano, e grossi pomi rossi scoppiano sulla pelle di chi è stato punto. Mi precipito verso il nido di insetti, lo afferro con uno straccio e lo butto giù dal soppalco. Per quanto possa essere stata veloce, le vittime sono numerose.

In disperazione, ci raduniamo nuovamente tutti  attorno al tavolo. Sono alla ricerca di indizi e i miei pensieri volano da un sospettato all’altro. In quel momento, il capo ricercatore, una donna che conosco bene e che ha collaborato nelle indagini,  si alza di scatto, dicendo “ho capito come risolvere l’equazione” alludendo al progetto di ricerca. Allo stesso tempo, un’altra donna scatta in piedi e immediatamente l’attacca.

I miei occhi percepiscono l’accaduto un attimo troppo tardi. Quando scatto in piedi, la donna è già morta, e l’assassina mi guarda con aria selvaggia,  e allora io, come un bestia, urlo, mostro i denti e parto all’attacco. Prendo un colpo in faccia, perdo sangue e denti, ma alla fine ho la meglio. Afferro un vasetto di sottaceti della Coop e colpisco la donna in pieno volto. L’assassina si accascia al suolo, gli occhi sbarrati e la mascella dislocata appoggiata sul seno. Sento solo il rumore pesante del mio respiro, il sangue che mi cola dalla bocca sui vestiti, e il freddo barattolo di sottaceti che ancora stringo fra le dite.

A questo punto mi sono svegliata.